Intervento di Osvaldo Pesce al convegno nel 50° del ’68

A CINQUANT’ANNI DAL SESSANTOTTO
Comunicazione di Osvaldo Pesce (centro culturale Concetto Marchesi, 12 maggio 2018)

Come si è arrivati al ’68? Alla fine della seconda guerra mondiale, con la rivoluzione cinese nel 1949 la Cina è indipendente; rimane una provincia da liberare, Taiwan, quindi concentra le forze necessarie per arrivare a sbarcare a Taiwan, ma nel 1950 gli americani attaccano la Corea. I cinesi devono smettere immediatamente il tentativo su Taiwan e correre alla frontiera a far fronte alla situazione perché la guerra poteva trasferirsi anche nelle provincie del nord-est, che erano state le provincie dello stato del Manchukuo fantoccio dei giapponesi, dove vivono anche molti coreani. Nessuno si aspettava la vittoria in Cina, nemmeno Stalin che lo riconosce in un secondo tempo, nessuno si aspettava che l’armata americana fosse accerchiata e buttata a mare in Corea. E’ costato un sacco di soldi e di sangue soprattutto, però queste sono state due vittorie molto importanti, decisive anche, per dimostrare che la forza dell’imperialismo non è tutto; possiamo aggiungere gli indonesiani che hanno cacciato dall’Indonesia gli olandesi che volevano recuperare la colonia, i francesi accerchiati a Dien Bien Phu dai Vietminh e annientati completamente, poi sono intervenuti gli americani ma anche loro prendevano un sacco di batoste. L’imperialismo americano ha reagito alla lotta popolare in Corea, poi c’era stata la questione Ridgway/MacArthur perché avevano parlato anche di poter usare la bomba atomica. In Indocina, sconfitti i francesi, gli americani vogliono dimostrare che loro non sarebbero usciti sconfitti, ma nel frattempo in Guatemala c’è l’esperienza del presidente Arbenz – il primo presidente degli stati latinoamericani eletto democraticamente attraverso le elezioni che non volevano fare gli altri – allora gli USA mandano un esercito mercenario repressivo che parte dall’Honduras e abbatte il presidente Arbenz. Ma c’è anche la guerra d’Algeria, che caccia i francesi, e si potrebbe anche fare l’esempio di Mossadeq che in Iran nazionalizza i pozzi di petrolio, e lì attaccano Mossadeq, lo fanno cadere, riportano lo scià. Viviamo in un clima dove molti paesi ricercano l’indipendenza e la sovranità, e quindi ci sono lotte di liberazione un po’ dovunque, anche nel Medio Oriente. Ho dato una esposizione un po’ generale di cosa accadeva nel mondo, contestatemi se ho detto cose inesatte. La guerra di Corea ha investito tutti. Stalin ha detto: noi diamo tutti gli aiuti, la Cina ha detto: noi mandiamo i volontari; chi è morto sul fronte sono stati i cinesi, però hanno vinto. Pensate che c’era il combattente cinese che aspettava che morisse il suo compagno davanti per poter prendere il fucile, perché non aveva il fucile per poter sparare, e poi quel Krusciov viene a dire: adesso mi dovete pagare i fucili che vi abbiamo dato, ma noi ci abbiamo buttato il sangue, Stalin aveva detto: non dovete pagare niente, noi diamo questo aiuto come solidarietà internazionale. Ecco come cominciano le diatribe anche nel movimento comunista internazionale. Una volta che Ciu En Lai ha dovuto recarsi in Unione Sovietica ha dovuto essere accompagnato da caccia cinesi perché c’era il pericolo che venisse abbattuto il suo aereo. C’erano state due riunioni dei partiti comunisti negli anni ’57 e ‘60, che affrontavano appunto la situazione mondiale. Il centro del discorso era la guerra o la pace: è possibile ancora fare la rivoluzione o non è più possibile? Questo era il problema. La guerra si può allontanare con la lotta, però il sistema non può cambiare perché l’esperienza storica del proletariato e della classe operaia, e anche dei popoli, dimostra che tutti i cambiamenti di sistema non sono mai avvenuti in maniera pacifica (ditemi dove è avvenuto). C’è stata una spaccatura nel movimento comunista internazionale, che ha toccato anche il nostro paese. Adesso non voglio fare la storia di questo, voglio parlare del ’68. Chi rimane un po’ estranea a tutti questi fatti che accadono nel mondo è l’Europa occidentale; alla fine però da una parte le repressioni, dall’altra le vittorie dei popoli che avanzano – Mao diceva “non è più il vento dell’ovest che soffia sul vento dell’est ma è il vento dell’est che soffia sul vento dell’ovest” – indicano che le forze della pace sono superiori alle forze della guerra. Quindi al ’68 noi arriviamo con dei movimenti studenteschi; i primi si sono sviluppati nell’America del Sud, in America del Nord, poi in Europa dapprima in Francia e in Germania, per ultimo in Italia; gli altri sono terminati prima, in Italia sono durati un po’ di più. Però già nel 1966 in Cina è esplosa la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, che poneva il problema “esiste una nuova borghesia che si è creata dopo la presa del potere, e va combattuta”, quindi la lotta di classe esiste anche nel paese che sta costruendo il socialismo. Questa lotta ha ripreso la frase di Stalin, che ha corretto personalmente di proprio pugno nella Storia del Partito bolscevico dell’URSS (1953), dove dice “mi sono sbagliato nel dire che non esisteva più la lotta di classe in Unione Sovietica, la lotta di classe esiste ancora”. C’è una cosa che non viene riportata (ma io la voglio riportare): nell’Unione Sovietica esistevano i ‘gruppi Stalin’, ma anche nei paesi dell’Est europeo; una volta uno di loro è venuto dall’Ungheria per parlare con noi perché aveva sentito che in Italia si erano creati dei gruppi marxisti-leninisti, anche loro erano contro i governanti sovietici; gli ho chiesto “ma cosa fate in Ungheria?”, mi ha risposto “manifestiamo in solidarietà per il Vietnam”. C’era un movimento che avanzava, e quindi l’opinione pubblica, i lavoratori … forse non tutti voi avete fatto questa esperienza, ma io voglio portare un pezzettino della mia: sono stato fermato in Calabria, la polizia mi ha portato dentro e interrogato (volevano anche farmi firmare un foglio che mi sono rifiutato di firmare, poi han dovuto lasciarmi andare) perché accusato di voler instaurare la dittatura del proletariato, durante le lotte contadine del 1967. Sono stati bruciati i Comuni di Cutro e di Isola Capo Rizzuto, han dovuto far intervenire anche le autoblindo, hanno arrestato un sacco di gente, e c’è stata la solidarietà della popolazione: gli operai della Montecatini a Crotone, saputo che i contadini erano stati repressi, sono entrati in sciopero; tutti i contadini della piana di Santa Eufemia che produce vino (nella parte del Crotonese si produce invece grano duro, per la pasta) hanno cominciato l’agitazione, ‘se protestano quelli di Crotone perché non dobbiamo protestare noi?’. Già nel 1967 c’erano stati degli accenni, delle lotte operaie autonome: tra gli autoferrotranvieri di Napoli e di Milano, anche alla Marelli (in viale Monza), alla Saint Gobain a Pisa: c’era una situazione che si muoveva. Nel ’68 – è accaduto in Francia, è accaduto in Cina – si muovono gli studenti. Sì, ci sono stati dei lavoratori che si sono mossi, dopo i contadini calabresi sono seguiti quelli di Fondi nel Lazio, poi ci sono state Avola e Battipaglia. Cosa viene fuori come insegnamento? Abbiamo visto che quando c’è una vittoria il nemico contrattacca e non si rassegna mai alla sconfitta. Lo stesso Mao Tsetung nel 1968 dice “qui in Cina non è sufficiente una rivoluzione culturale, bisogna fare più rivoluzioni culturali, se no la situazione qui non cambia e si degenera”. Tutti erano perfettamente convinti, i compagni cinesi ma anche molti marxisti-leninisti, che il movimento degli studenti non ha mai risolto un problema nel mondo. Gli studenti potevano manifestare il malessere di una società, potevano influenzare anche altre classi sociali, però non potevano essere loro a risolvere i problemi della società. In Francia per esempio il Partito Comunista Francese aveva definito il movimento degli studenti avventuristico; però in Francia, se voi ricordate, c’erano sulle barricate, tra studenti e operai, 10 milioni di persone. De Gaulle ha dovuto andarsene in Germania dal generale Massu (quello dell’Algeria) per vedere come rientrare a Parigi: la polizia non funzionava più, l’esercito non funzionava più, c’erano le barricate che sono rimaste molti giorni; alla fine la gente si è stancata di stare sulle barricate, se n’è tornata a casa e De Gaulle ha potuto rientrare tranquillamente in Francia. Qui viene fuori una considerazione, e questo vale per gli studenti francesi e anche per quelli italiani: avete mai sentito degli studenti negli anni intorno al ‘68 dire: “vogliamo delle elezioni, dobbiamo votare per il Partito Comunista”? Se qualcuno l’ha sentito lo dica, io non l’ho mai sentito, io ho vissuto quel periodo. il Partito Comunista Francese, che si diceva che era più ortodosso di quello italiano, cosa ha fatto quando 10 milioni di operai e di studenti francesi erano sulle barricate per giorni, se voi andate a vedere le fotografie di Parigi era tutto un incendio? Nulla. Qualcuno ha sottolineato che il PCI e anche il sindacato hanno “sottovalutato” il movimento degli studenti, in realtà capivano che era contro di loro, contro l’elettoralismo e per cambiare la società. Diciamo che è stato sottovalutato anche da una parte dei marxisti-leninisti. L’Unione della Gioventù marxista-leninista francese non riteneva rivoluzionario il movimento studentesco (la loro autocritica è arrivata troppo tardi). Anche tra i marxisti-leninisti si vedevano gli studenti come dei figli di papà, senza capire il significato di un movimento di quella portata, senza porsi la questione di proclamare per es. un governo provvisorio quando gli studenti e gli operai erano sulle barricate e il presidente lasciava il paese. E’ vero che nel movimento studentesco esistevano varie tendenze: trotzkisti, anarchici, marcusiani, ecc., ma quel movimento era contro l’imperialismo e perciò andava appoggiato. Non si può attaccare questo movimento ma lavorarci insieme; dobbiamo imparare dalle leggi della rivoluzione. I cinesi lo sapevano, perché loro avevano avuto il Movimento del 4 maggio 1919, c’erano tutti gli studenti che lottavano per la nuova democrazia, e nel ’21 da questa lotta è uscito il Partito Comunista Cinese. Quindi nessuno può dire: gli studenti sono quelli che devono cambiare la società; è la politica che deve cambiare la società, è la lotta di classe all’interno della società. Il potere non è di tutti ma è di classe, oggi in Italia occorre superare l’abisso con le nuove generazioni, occorre una rivoluzione culturale per sviluppare la coscienza e la lotta di classe e preparare il cambiamento della società.

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