Che cos’è questa crisi?

Che cosa è questa crisi?

Facciamo quattro considerazioni:

1. Siamo in presenza di una crisi finanziaria che, a differenza di quelle degli anni scorsi, può diventare una crisi economica generale.

2. E’ nata negli Stati Uniti, ma colpisce il mondo intero data la posizione centrale, anzi monocentrica, degli USA nel sistema economico sviluppatosi in Occidente dalla fine della II guerra mondiale. Proprio l’ampiezza della crisi rende necessaria una risposta difensiva policentrica delle diverse aree economiche del pianeta: l’Europa, l’India, la Cina, ecc. Si accelera così un fenomeno già visibile da qualche tempo anche in campo politico: la crisi nel Caucaso ha per esempio chiarito che la Russia non intende subire le pretese degli USA.

3. Altra novità  di rilievo è la virulenza e la velocità di sviluppo ed espansione della crisi, e anche l’impossibilità di prevederne i futuri reali sviluppi: i meccanismi economici, e soprattutto finanziari, sono ormai globali e in tempo reale, i veri padroni e speculatori dell’economia non sono direttamente visibili e non sono soggetti ad alcun controllo sociale e politico. Chi c’è dietro banche e fondazioni, chi regola le banche centrali, è un mistero glorioso che vanifica ogni pretesa di democrazia reale. Emerge in modo chiaro la debolezza degli stati nazionali, il destino dei popoli è di fatto concentrato nelle mani di poche persone.

4. Se guardiamo all’esperienza storica lo sbocco della crisi potrebbe essere una nuova guerra: il crollo del 1929 e la seguente Grande Depressione finirono con la II guerra mondiale.

Riguardo alle prime due considerazioni, si ricorda che negli Stati Uniti sono fallite 13 banche, la perdita nel potere d’acquisto dei salari arriva al 13%, ad Atlanta il 50% delle pompe di benzina sono chiuse. In Francia 5 milioni di persone non hanno l’assistenza sociale (cioè non sono in grado di versare 27 euro pro capite al mese). In Islanda le tre banche esistenti sono fallite, le carte di credito non sono più utilizzabili perché le banche non ci sono più. Le banche non si fidano più le une delle altre e non si prestano più denaro liquido, quelle più precisamente nell’occhio del ciclone sono le banche d’ affari che finanziano le imprese ma soprattutto speculano nelle borse mondiali e spargono per il mondo debiti putrefatti spacciandoli per investimenti ad alto rendimento.  Il risultato è che l’economia reale , cioè le imprese che realmente producono, hanno difficoltà a trovare finanziamenti e prestiti per investire. Anche le delocalizzazioni hanno indebolito la struttura economica di molti paesi, e il risultato di tutto ciò è la recessione, la crescente disoccupazione, la crisi dei consumi e quindi della domanda per quelle stesse imprese dell’economia reale.

Il problema principale in Italia è che il 60% dell’industria è fatto di piccole e medie imprese, senza autonomia finanziaria e quindi molto vulnerabili. In Italia e non solo, la crisi colpisce non solo i ceti già poveri o a basso reddito, ma trascina verso il basso anche il 90% del ceto medio. Le risposte dei governi per ora non hanno avuto un grande effetto: dare soldi alle banche perché riprendano a garantire liquidità alle imprese non basta a garantire né che le banche riducano l’attività speculativa, né che la produzione riparta, né che occupazione e consumi riprendano. Infatti le borse dopo un primo rialzo di sollievo hanno ricominciato a calare. Il governo di Washington sta già preparando un secondo intervento, per le misure prese a livello europeo bisogna aspettare fino a dicembre per capire se avranno qualche efficacia. A livello internazionale nascono anche altri interrogativi: che significa per la Cina il mercato interno? Che significa, e che effetto avrà, la prospettata sospensione delle misure di tutela ambientale troppo costose per l’economia? Che succederà nel mercato delle materie prime? L’OPEC prospetta già una riduzione della produzione per sostenere il prezzo del petrolio.  Per uscire dalla crisi senza precipitare in guerra occorre un’accelerazione del policentrismo: l’Europa deve sviluppare la sua economia, costruire una propria politica, dotarsi di una propria difesa, l’Italia deve investire in poli tecnologici rilanciando la ricerca e l’industria e cercando accordi equi con i paesi in via di sviluppo ed emergenti. Infine, occorre un controllo democratico sugli investimenti pubblici, sia in Italia che in Europa, per ridurre il ruolo delle banche e dei finanzieri di cui non si fida più nessuno.

Ottobre 2008
Osvaldo Pesce

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *