Crisi economica, crisi industriale, crisi sociale e i lavoratori

Prima di tutto, va definitivamente chiarito che questa è una crisi globale e generale, cioè che coinvolge tutti i paesi (quelli avanzati con il ristagno economico, quelli emergenti con lo stallo delle esportazioni, quelli poveri con il deprezzamento delle materie prime) e tutti i settori produttivi: cioè non è solo una crisi finanziaria, diventa anche una crisi economica.

1. La teoria, strombazzata dagli anni ’80, che siamo nell’era post-industriale dominata dall’informatica e dal terziario avanzato, in cui la finanza è il cardine dell’economia, ha favorito la deindustrializzazione dei paesi capitalistici più sviluppati, che non hanno investito in ricerca e in innovazione industriale.

2. I consumi in questi paesi sono sempre più insostenibili per il pianeta. L’agricoltura avvelena terreni e acque con pesticidi e diserbanti, l’allevamento consuma enormi estensioni di terre coltivabili che potrebbero essere sfruttate direttamente per l’alimentazione umana se il consumo di carne non fosse spinto all’eccesso. Il trasporto privato ha provocato la scomparsa di terre fertili sotto asfalto e cemento (in Italia quasi il 40% del territorio, in Cina il 3% all’anno); il carburante estratto da piante alimentari le sottrae al consumo umano.
3. A deindustrializzazione e crisi agricola si è infine aggiunta la crisi finanziaria che, partita dalla speculazione immobiliare, ha poi investito borse, banche e monete e infine tutta l’economia col calo produttivo e l’aumento della disoccupazione.
4. Questa crisi globale accentua la concentrazione della ricchezza: redditi e consumi esagerati per i ceti sociali più elevati, compressione economica e sociale per i ceti medi, impoverimento per i lavoratori.

Politici e mezzi di informazione di massa stanno cercando di convincerci che ormai siamo usciti dalla crisi finanziaria, ma questo non è vero! Gli interventi dei vari governi hanno tamponato circa 1/3 delle perdite, quindi ci sono ancora 2/3 della voragine. In vari paesi, Italia compresa, cresce il già enorme debito pubblico, cui ormai si affianca l’incognita degli “strumenti derivati” che gli enti di governo locale (regioni, comuni) hanno sottoscritto nell’illusione di garantirsi da rischi finanziari e che, in questa situazione di crisi, si trasformano in una vera e propria roulette russa. L’indebitamento pubblico si somma, spesso rovinosamente (vedi USA), all’indebitamento delle famiglie per mutui e crediti al consumo.
Quel che è peggio, la crisi ormai colpisce duramente l’economia reale, siamo in piena recessione, mascherata a sobbalzi da qualche “ripresa tecnica”. Cosa significa “ripresa tecnica”? Due parole per chiarire: se io solitamente acquisto 1.000 tonnellate di caffè, e ne ho consumate nel 2008 solo 500, non compro più caffè per aspettare di consumare quello che ho nel magazzino. Il che vuol dire che il produttore di caffè non può più vendere il suo caffè e quindi creiamo una situazione di fallimento per quella impresa. Non solo, quando ho finito le 500 tonnellate di caffè che ho nel magazzino vado a rifornirmi ancora, e non ne ordino 1.000 tonnellate ma ne posso ordinare 500 oppure 400 se vedo che il mercato non tira, allora si comincia a gridare da tutte le parti “c’è la ripresa”. Non è una ripresa, è solo una continuità dell’abbassamento e della frana che è già avvenuta. Siamo di fronte a una “ripresa” che definiamo “tecnica”, cioè non è affatto il superamento della crisi.
Chi conosce la vera situazione (imprenditori e governo) cerca di nasconderla; di fatto, tutti i settori diminuiscono progressivamente la produzione (farmaceutici, abbigliamento ecc.).
In Italia, a gennaio il calo della produzione di beni durevoli è stato dell’1%, a marzo, cioè a distanza di due mesi. del 4,5%. Le aziende hanno difficoltà crescenti sul mercato, e per di più vengono pagate in ritardo per i prodotti e servizi già venduti; soprattutto per le piccole e medie imprese, che costituiscono gran parte del tessuto produttivo italiano, questo può significare il disastro: in tempi di crisi chi non è in grado di investire e innovare è spacciato, la tesi che “piccolo è bello” è fallita appunto perché chi resta piccolo diventa facile preda, in Italia come in Europa, di altre società più grandi.
In Italia, anche se non è più ipotizzabile una crescita come quella degli anni ’60 (8% annuo), dopo la quale c’è stata una continua diminuzione, comunque la produzione manifatturiera cresceva dell’1,2% nel ’95 mentre nel 2007 è caduta a -0,3% ed è in calo costante.
La delocalizzazione dapprima ha riguardato l’industria (scarpe, acciaio ecc.) , ma c’è un fenomeno nuovo che sta emergendo: ora viene delocalizzato anche il sapere. Vediamo, per esempio, che esiste un’azienda informatica, la ST, a Catania e anche qui ad Agrate. Bene, viene costruito prossimamente uno stabilimento a Bangalore, in India. Allora, non va via solo l’industria manifatturiera ma si sposta e se ne va anche l’industria del sapere. Questo è molto grave, questa è una situazione che va fermata.
C’è instabilità nel quadro geopolitico mondiale perché la crisi investe tutte le aree, non solo USA e UE ma anche il resto del mondo: da alcuni paesi dell’Europa orientale le multinazionali si ritirano, i paesi emergenti producono ma non consumano. Si dice: “ma hanno un grande mercato interno”, ma bisogna che la gente all’interno di questi paesi abbia i soldi per comprare le merci; se non hanno questi soldi, non riescono a smaltire i loro prodotti. Questi mercati, come India e Cina per esempio, hanno accumulato crediti soprattutto verso gli USA. Quindi la situazione di crisi è generale, non investe solo noi o solo l’Europa o il mondo occidentale.
Chi assicura che la crisi è o sarà presto alle nostre spalle aggiunge che quando finirà nulla sarà più come prima (vedi il discorso della Marcegaglia), e non spiega per bene cosa intende, però lo si può leggere fra le righe: il capitale industriale deve prevalere su quello finanziario e l’intervento pubblico (dello stato e degli enti locali) deve limitarsi a indirizzare l’economia e fornirle nuove regole, lasciandone la gestione al capitalismo privato. Questo non farà che riprodurre nuovi cicli di crisi, tutto dimostra che è il sistema che è saltato
Non c’è un reale contrasto a questo programma del capitalismo privato, quelli che in passato erano partiti dei lavoratori hanno abbandonato la loro identità oppure si arroccano su idee radicali di opposizione muro contro muro, la pur necessaria difesa della democrazia non basta. I sindacati hanno ceduto alle esigenze del capitalismo su tutto: salari e pensioni, precarietà, contratti, difesa del diritto di sciopero, sicurezza sul lavoro.
Come uscire da questa situazione dipenderà dalle masse.
E’ necessario indicare delle prospettive, e non solo a breve scadenza ma bisogna anche cominciare a mettere in piedi una visione futura. Chi conduce una lotta, deve avere un obiettivo da raggiungere; se non può raggiungerlo in un anno, lo raggiungerà in due anni, in dieci anni, in vent’anni. Io sono fermamente convinto che anche la Cina ha degli obiettivi strategici, a lunga scadenza, di 50 – 60 anni, e poi anche degli obiettivi più vicini, come coltivare una risaia in Africa, come aprire una miniera d’oro in Africa, come prendere il petrolio in Asia.
Che fare?

A) Gli investimenti in ricerca e innovazione produttiva, e il credito occorrente, devono seguire regole precise, non dettate dalle banche e dalle finanziarie: le decisioni (e il controllo dei risultati) devono scaturire dalla partecipazione dei lavoratori, dei cittadini, dei giovani, dei precari, degli agricoltori, con una politica di alleanza con quel mondo imprenditoriale i cui interessi si scontrano con quelli di chi delocalizza e specula. Il controllo degli investimenti pubblici non può essere lasciato alla rappresentanza piramidale dei partiti, alle lobby, alle grandi famiglie, alla mafia e alla burocrazia, ma deve rispondere alle esigenze reali della popolazione e agli interessi strategici del paese.
Le aziende devono migliorare la loro organizzazione (nel modo di produrre e di garantire sicurezza ai lavoratori e qualità ai consumatori), applicare una continua innovazione, riconoscere i cambiamenti nel lavoro (che non è più soprattutto fatica fisica o abilità manuale, ma capacità di controllo e di elaborazione, uso della propria ragione) con nuove figure professionali che non sono finora contemplate all’interno dei contratti nazionali (es. l’informatica).Tutti coloro che vedete che utilizzano il computer, che sanno fare programmi o eseguono dei programmi o lavorano su dei programmi, non sono riconosciuti all’interno dei contratti nazionali.
Per consentire una vita dignitosa ai lavoratori (e alle loro famiglie) in cassa integrazione, in mobilità, in contratto di solidarietà, precari o disoccupati, occorre un serio ampliamento e finanziamento degli ammortizzatori sociali.
B) Occorre un massiccio investimento nella ricerca e nello sviluppo scientifico e tecnologico. Senza l’industria questi investimenti e queste ricerche non si possono fare, ma senza industrie si fermerebbe anche il paese. Un paese di 60 milioni di abitanti non può vivere sul terziario, che non produce ricchezza; senza industria e agricoltura sviluppate qui si rimane poveri.
Bisogna fare una forte e accorta politica per l’istruzione. Se fate attenzione, luogo per luogo si sente talvolta dire: nel Veneto è diminuita l’istruzione pro-capite, tot numero di studenti ha abbandonato l’università. Non può un paese ridursi in questo stato perché vuol dire che stiamo andando indietro, che non controlliamo più la situazione, che non ci sarà più una ripresa dal punto di vista del paese. L’istruzione deve basarsi su serie analisi dei settori produttivi più avanzati e delle loro esigenze di personale qualificato, dev’essere indirizzata sia verso i giovani con borse di studio per milioni di studenti (non sto parlando di centomila ma di milioni di borse di studio) sia verso i lavoratori che devono riqualificarsi.
Quindi anche il lavoratore di 50 anni, che perde il posto di lavoro perché hanno delocalizzato o chiuso l’industria, deve essere messo in condizione di poter ridiventare forza produttiva e di trovare un nuovo posto di lavoro
Il precariato deve finire, la fase lavorativa iniziale va orientata alla formazione e portare all’occupazione stabile.
E’ chiaro che quando un’industria delocalizza o fallisce e chiude perché è decotta e non riesce ad andare avanti, bisogna provvedere, attraverso un finanziamento e un aiuto pubblico, a produrre immediatamente una nuova industria, quei lavoratori non farli sbandare, mantenerli inquadrati all’interno di questa scuola. E bisogna anche dargli un compenso a questi lavoratori e a questi studenti, che possano vivere, e quando alla fine dei 2 o 3 anni di corso hanno superato l’esame e sono pronti a entrare in produzione gli dev’essere dato anche un arretrato, il recupero integrale del salario di quei due o tre anni, perché durante questi corsi hanno percepito solo un salario di mantenimento.
Bisogna creare nuove imprese in grado di dare un posto di lavoro ai disoccupati, ai lavoratori delle imprese decotte, ai giovani che escono da scuole e università. Faccio un esempio: in Calabria si vuole sviluppare il turismo, allora occorrono 100 cuochi, 50 persone che parlano le lingue straniere e quindi si fanno questi corsi e chi li frequenta e supera la valutazione finale ha già il posto di lavoro e così si può sviluppare l’economia. Altrimenti diventa tutto aria fritta, promesse vaghe e non si raggiunge nulla, e i soldi spariscono ugualmente.
Questo è un problema: ma dove troviamo i soldi per fare tutto questo? Ma la stessa Marcegaglia dice che ci sono miliardi per la cassa integrazione che vengono utilizzati dal governo per altri problemi. Allora si utilizzino quei soldi che sono destinati a contenere oneri sociali, sono destinati a permettere ai lavoratori di poter proseguire la loro strada.

C) La crisi riguarda non solo noi ma anche l’Europa e altri paesi.
Bisogna fronteggiare la crisi non come singoli paesi ma come Europa. Non può esistere in Europa la politica unilaterale di un paese (ad es. della Germania verso la Russia, della Germania che cerca di legarsi coi paesi dell’Europa orientale, o della Francia che parla di Europa ma vi antepone i propri interessi), altrimenti si avrà il suo predominio sugli altri paesi europei, riproducendo tragici scenari della storia passata. L’Europa può crescere solo superando gli egoismi nazionali e costruendo un’economia solidale tra i vari paesi: non è corretto, ad esempio, che un’impresa tedesca o francese acquisti un impianto d’avanguardia in Italia, s’impadronisca del suo patrimonio tecnologico e poi lo chiuda trasferendo la produzione nel proprio paese (è accaduto ad esempio con le acciaierie di Terni).
Non è positivo, ad esempio, che non si riesca a raggiungere un accordo complessivo per la produzione europea di auto: la proposta FIAT per la Opel si scontra con la diffidenza tedesca mentre l’industria francese si sente emarginata da questo progetto di crescita, e i poteri pubblici devono sborsare fondi di sostegno e mercanteggiano per spostare altrove gli inevitabili licenziamenti. Anche in futuro, se la Chrysler sarà ristrutturata (e non è detto che lo sia) si ripresenteranno possibili nuove chiusure di impianti e licenziamenti in Europa. Perché è chiaro, se il piano per la Chrysler va avanti ci impiegherà due anni a rinnovare gli impianti produttivi, in Italia si chiuderà solo uno stabilimento della FIAT, l’altro si chiuderà alla Opel in Germania, fra due anni si porrà il problema di che fine faranno gli altri stabilimenti che fino allora avranno potuto produrre perché stavano rinnovando la Chrysler.
Quindi questa operazione deve essere vista sotto vari aspetti: quello che manca è un piano europeo per il rilancio dell’automobile. L’accordo sulla Chrysler momentaneamente può sembrare che porti dei benefici, ma si può ipotizzare che serva agli USA per dividere gli interessi europei ostacolando una reale integrazione economica continentale e per tenere la direzione a Detroit invece che in Europa. Si vuole mantenere lo status quo, la situazione di dominio, d’intervento del capitale USA in ogni parte del mondo, continuando nell’attuale sistema di globalizzazione selvaggia.
Il piano di Obama è la continuazione del vecchio con semplici ritocchi al FMI ecc.; gli USA chiedono aiuto al resto del mondo per la stabilità del loro sistema, per il ritorno alla fiducia nel mercato; tutti puntano a stabilizzare la finanza mentre la crisi rode la struttura economica. Non è stato un caso che Hillary Clinton nella sua recente visita in Cina si è occupata solo della crisi economica e non dei “diritti umani” usati in precedenza per fare pressione politica sul governo cinese, ha solo detto “aiutateci a superare questa situazione”.
Gli USA sono tuttora impegnati in due guerre contro l’Islam. Bisogna dire chiaramente: non si tratta di esportare la democrazia, sono due guerre contro l’Islam, una in Afghanistan l’altra in Iraq, e poi magari se ne vogliono aprire altre quattro, in Pakistan, Iran, Sudan, Somalia, ecc. Questo deve finire.
Si dice che l’Ucraina deve entrare in Europa, nella NATO; l’Ucraina ha l’unico porto nel Mar Nero che è russo, togliamo alla Russia anche l’ultima base lì, Odessa. Mettiamo lo “scudo spaziale” ai confini della Russia.
Guardate, qui non ci siamo: la Russia, l’Asia, i paesi islamici, l’Africa sono i luoghi dove l’Europa deve guardare, perché è con questi che dobbiamo operare uno sviluppo, una collaborazione, una cooperazione. Non possiamo quindi rimanere invischiati in avventure che ostacolano tutto questo sviluppo.
L’Europa può aprirsi fruttuosamente ai necessari rapporti economici e politici col resto del mondo solo presentandosi come unione continentale e non come accozzaglia di stati: la Russia, ad esempio, per il gas kazako che ci fornisce coi suoi oleodotti ha bisogno di accordi con l’intera Europa, non con la sola Germania.
L’Europa nel suo insieme deve avere una politica di apertura verso l’Asia (non solo Cina e India, ma i paesi islamici e l’Asia centrale) e l’Africa, ma anche verso la Russia: uscendo dagli interventi NATO in Afghanistan e Iraq, evitando di installare lo “scudo spaziale” in Europa orientale e di far entrare l’Ucraina nella NATO. L’Europa deve cambiare, crescere politicamente e integrare le sue economie, per contribuire a passare dal 20° al 21° secolo, superando la globalizzazione a egemonia USA, e a costruire un mondo più giusto, che allontani la guerra e rafforzi la cooperazione.

*Relazione di Osvaldo Pesce al Convegno organizzato a Milano il 28 maggio 2009 dal Coordinamento Milanese di Solidarietà “Dalla parte dei lavoratori”

 

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