Da Togliatti a Renzi

Sulla necessità di ricostruire in Italia il partito comunista ultimamente alcune forze politiche hanno fatto riferimento alla “grande e oscurata figura” di Palmiro Togliatti.
E’ innegabile l’importanza politica di colui che fino alla morte fu il segretario generale del partito comunista più forte, organizzato – e inizialmente più armato – in Occidente dopo la seconda guerra mondiale.
Dobbiamo però considerare il suo operato alla luce del presente, valutare quanto l’impronta da lui data alla linea di quel partito abbia pesato sullo sfascio politico e organizzativo cui è stato condotto il movimento operaio e popolare in Italia.
Togliatti nell’aprile 1944 attuò la ‘svolta di Salerno’ – alleanza antifascista senza pregiudiziali – concordata con Stalin perché sapeva che l’Italia a seguito degli accordi di Jalta era nella sfera d’influenza anglosassone e che l’URSS non sarebbe intervenuta dove l’Armata Rossa non era arrivata. La guerra civile in Grecia avrebbe tragicamente dimostrato questa realtà (1946-49), e Togliatti stesso dichiarò alla Conferenza nazionale di organizzazione (Firenze, gennaio 1947) che l’Italia non aveva potuto prendere la strada del socialismo non per debolezza del movimento di liberazione nazionale ma per ragioni internazionali.
La stessa attività della Resistenza fu influenzata dalla linea di Salerno e dei governi del Regno del Sud, che frenò le azioni partigiane nella capitale: mentre Napoli aveva cacciato i nazisti con le Quattro Giornate (27-30 settembre 1943), e a Firenze (1° settembre 1944), Milano, Genova (26 aprile 1945), Torino (28 aprile) il “vento del Nord” avrebbe poi portato nelle piazze le brigate partigiane vittoriose, a Roma l’insurrezione non avvenne, con la motivazione che le forze erano insufficienti e si rischiava una strage come nel ghetto di Varsavia, la capitale il 4 giugno 1944 fu liberata dalle truppe alleate.
Per gli Stati Uniti il nostro paese era strategico, sia in senso militare (l’Italia portaerei nel Mediterraneo) con stanziamento di basi per controllare l’Europa orientale e il Medio Oriente (NATO dal 1949, accordo militare con gli USA dal 1951), sia in senso economico con la ricostruzione attraverso il Piano Marshall (dal 1947 al 1951); volevano quindi una forte alleanza garantita da un governo anticomunista.
Togliatti agì con doppiezza nel presentare la sua strategia al partito: di fatto abbandonò il problema della rivoluzione socialista ai sogni e alle speranze dei partigiani e dei militanti più coscienti, e in continuità con la linea di Salerno sviluppò la strategia di alleanza tra i partiti antifascisti di massa – cioè comunisti, socialisti e cattolici – per la ”democrazia progressiva” come l’unica possibile nel lungo periodo. Fu aiutato in questo dal fatto che la maggior parte dei partigiani, degli operai in sciopero nel 1943-44, dei contadini poveri erano soprattutto contrari alla guerra, lottavano contro la fame, volevano uno stato democratico (“pane, pace, lavoro e libertà”), la riforma agraria e altre conquiste sociali, ma non erano pronti per la rivoluzione socialista.
Togliatti e i dirigenti a lui più vicini, come Longo, non volevano prendere tempo e accumulare forze per un futuro movimento popolare in grado di lottare per il socialismo, volevano semplicemente creare difficoltà ai governi e partiti borghesi perché non estromettessero il PCI dall’area di potere – parlamento, governo, autorità locali.
Nella battaglia per la Costituzione (Assemblea Costituente, 25 giugno 1946 – 31 gennaio 1948) Togliatti operò per introdurre il concetto che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere (art. 104): indipendente dal governo ma anche da qualsiasi controllo popolare (per es. con giudici elettivi) e dalla valutazione sul suo operato (la responsabilità civile dei giudici è tuttora in questione, pur con due leggi vigenti), e questo conferma che il gruppo dirigente del PCI cercava di avere una influenza su apparati dello Stato.
A distanza di decenni le conseguenze visibili a tutti sono che non si è posto rimedio alla farraginosità e lentezza dell’apparato giudiziario e dei processi, si sono avuti fra i magistrati correnti più o meno partitiche e passaggi alla politica e certi palazzi di giustizia sono divenuti ‘porto delle nebbie’ (Roma), nido di ‘corvi’ (Palermo), terreno di rivalità evidenti (Milano).
La strategia di Togliatti era togliere potere ai futuri governi centrali, in particolare al Presidente del consiglio: per questo nella Costituzione oltre all’indipendenza del potere giudiziario furono inseriti altri due punti cruciali.
Da una parte il bicameralismo perfetto (art. 70) per cui ogni legge deve passare al dibattito e all’approvazione sia alla Camera sia al Senato, con possibilità di continue modifiche e di ostruzionismo.
Dall’altra parte un’amplissima autonomia alle Regioni, con potere di legiferare, amministrare e spendere in svariati settori (art 117, 118, 119).In zone importanti del paese, le ‘regioni rosse’, le città industriali, vaste aree nelle campagne , socialisti e comunisti erano in maggioranza o in minoranza assai consistente e ciò consentì loro di avere una rete di poteri locali, tanto da spingere i governi DC a ritardare l’attuazione delle Regioni fino al 1970.
Questa non può essere interpretata come una strategia per il socialismo, era invece una tattica, diventata poi strategia, per ritagliarsi all’interno del sistema borghese un proprio spazio economico e politico divenuto poi anche clientelare.
Nelle elezioni per la Costituente (2 giugno 1946) la DC ebbe il 35, 21% dei voti, il PSIUP il 20,68%, il PCI il 18,93%: la sinistra era sostanzialmente in maggioranza e i governi del periodo furono effettivamente di unità tra comunisti, socialisti e cattolici. Nel paese si andava però creando – sotto la pressione di Washington – una alleanza di fatto tra le gerarchie ecclesiastiche, gli ex fascisti e i monarchici, la mafia, che spingeva il quadro politico verso l’anticomunismo e l’atlantismo.
La DC era ormai la principale forza politica della grande borghesia e dei monopoli, che raccoglieva il consenso di ampi settori popolari soggetti all’influenza della chiesa di papa Pacelli. Il primo maggio del 1947 fu insanguinato dalla strage di Portella della Ginestra. Il 31 maggio del 1947 si consumò la frattura tra i principali partiti antifascisti (quarto governo De Gasperi), resa possibile – oltre che dal sostegno degli USA, della grande borghesia e del clero alla DC – dal fatto che la volontà di controllare il PSI da parte del partito comunista, sia nelle istituzioni politiche sia nella CGIL, aveva provocato la scissione del PSLI (poi PSDI) di Saragat nel gennaio.
Il PCI però persistette in questa politica di inglobare di fatto il PSI, presentando il Fronte popolare alle elezioni del 18 aprile 1948: la DC ottenne il 48,51% dei voti alla Camera e il 48,11% al Senato, il Fronte arretrò rispetto ai voti dei due partiti per la Costituente, fermandosi al 30,98% alla Camera e al 30,76% al Senato. Seguirono l’attentato a Togliatti (14 luglio) e la rottura sindacale: dalla CGIL , rinata unitaria nella
Resistenza , a settembre uscirono i cattolici della LCGIL poi CISL, a giugno 1949 i socialdemocratici e laici della FIL poi UIL.
Presentarsi separati e indipendenti, con una reale autonomia politica del PSI, avrebbe forse raccolto maggiori consensi su una politica di contrasto all’anticomunismo e all’atlantismo e di avanzata delle rivendicazioni popolari, ed evitato l’allontanamento dei socialdemocratici prima e dei socialisti stessi poi. Questa politica togliattiana di subordinazione del PSI e di rigido allineamento all’URSS provocò infatti il distacco di Nenni (agosto – ottobre 1956) e il suo ingresso nei governi di centrosinistra (1962-3).
Il 24 giugno 1956 Togliatti ribadiva nel suo rapporto al Comitato centrale: “affermiamo che è possibile una via di avanzata verso il socialismo non solo sul terreno democratico, ma anche utilizzando le forme parlamentari” e “l’orientamento generale della nostra lotta politica è stata una lotta democratica per l’applicazione della Costituzione repubblicana nei suoi principi politici e nei suoi principi economici, per l’attuazione, cioè, di quelle riforme che, in modo più o meno esplicito, essa indica. Linea politica, quindi, di conseguente sviluppo democratico e di sviluppo nella direzione del socialismo attraverso l’attuazione di riforme di struttura previste dalla Costituzione stessa”. Nel dicembre aggiungeva all’8° congresso: “la via italiana al socialismo necessariamente comprende l’alleanza politica con forze cattoliche”.
La giusta esigenza di unire le masse laiche e cattoliche non doveva equivalere a cercare un’alleanza di PSI e PCI con la DC: la crescita di consenso elettorale di questo partito non ne indicava un’anima popolare, ma la capacità di subordinare le masse ai disegni politici della grande borghesia italiana ,cioè repressione delle lotte operaie e contadine, rafforzamento dei monopoli pubblici e privati, politica estera atlantica. Togliatti riconosceva la legittimità dei governi DC e la sua opposizione era inserita di fatto nel sistema di potere della grande borghesia italiana.
Il gruppo dirigente del PCI di fronte alla politica dei governi democristiani chiedeva di attuare pienamente la Costituzione e trasformare le condizioni di vita delle masse con riforme per arrivare alla ‘direzione dell’economia’ attraverso una “via italiana” e pacifica al socialismo, nascondendo il fatto che la Costituzione è un ibrido che da un lato afferma concetti sociali ma dall’altro garantisce la proprietà privata dei mezzi di produzione. Era dunque una linea basata sull’inganno verso le masse, in quanto non ostacolava affatto il re -insediamento delle vecchie classi sfruttatrici ai vertici della società, la restaurazione dei monopoli e della grande proprietà agraria.
La gestione dell’economia – sia privata che pubblica – è un nodo politico, se con metà circa del tessuto industriale in mano pubblica (come avvenne con l’IRI) abbiamo avuto il capitalismo e non il socialismo ciò è dipeso dalla questione chiave di chi deteneva il potere: non si può cambiare a fondo la società senza conquistare il potere.
Altro inganno fu trasporre la stessa linea a livello internazionale, appoggiando la coesistenza pacifica kruscioviana: secondo Togliatti l’imperialismo, indebolito dal movimento dei non allineati appoggiato dal ‘campo socialista’, e questo era vero,non poteva più dominare incontrastato né provocare guerre, e questo invece era falso.
Si negava che il capitalismo porta alla crisi e alla guerra, si nascondevano sia la precarietà della costruzione del socialismo (rivolta ungherese, 1956) sia la natura fittizia dell’indipendenza delle ex colonie, tuttora dipendenti dall’economia e dalla politica delle grandi potenze (crisi nel Congo, 1960), si minimizzava la presa del militarismo imperialista sul mondo (e nel 1961 iniziava l’intervento USA in Vietnam).
Il PCI mantenne però una forte influenza sulla cultura italiana, in particolare nel cinema e nella letteratura, fino al 1968 e agli anni ’70 quando la spinta delle masse operaie e il movimento studentesco rinnovarono la lotta e la critica alla nostra società, incluso il rifiuto del “compromesso storico” di Berlinguer (1973), ultimo sviluppo della politica togliattiana.
Togliatti non negava la lotta di classe, difficile negarla in quel periodo storico, ma nel complesso tutta l’attività politica della direzione del PCI dagli anni ‘50 in poi era volta a far dimenticare la lotta di classe e l’obiettivo del socialismo, fino al crollo dell’URSS gorbacioviana che diede agio a Occhetto di annullare il nome stesso del partito. Un partito cresciuto ed educato nella consapevolezza che la società capitalista va cambiata radicalmente non avrebbe abbandonato le sue origini di colpo in questo modo, e questo significa che questo abbandono veniva da lontano, ben prima del 1989.
La fusione con la ex sinistra della DC, già operante nelle amministrazioni locali, è servita ad avere un peso elettorale da contrapporre al centro-destra, nella logica dell’ ‘alternanza’ di stampo anglosassone. Il PD è ormai pienamente partito di governo, espressione politica del grande capitale.
Le riforme costituzionali oggi spinte dal governo Renzi vogliono togliere tutti quegli intralci alla ‘governabilità’ che erano stati inseriti ai tempi della Costituente e dare mano libera al Presidente del consiglio, e questo spiega perché Berlusconi ha appoggiato Renzi. Queste riforme assecondano la globalizzazione sotto l’egemonia USA, indeboliscono la funzione dei parlamenti, svuotano la democrazia rappresentativa e portano al potere governi (anche non eletti) che hanno ormai solo la funzione di gendarmi del pareggio di bilancio e del pagamento del debito pubblico.
Non si può affermare che il PD di oggi sia il rovesciamento del PCI del dopoguerra, ne è invece il prodotto nell’attuale situazione. Quindi non è tornando a Togliatti che si può aprire un nuovo discorso politico nel paese, ma solo con una critica politica e storica a quella linea e a quella esperienza.

Osvaldo Pesce
18/07/2015

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