Le elezioni e i problemi reali – 11/04/2018

L’onda lunga della crisi del 2008 e gli effetti della globalizzazione, dopo aver peggiorato le condizioni di vita delle masse popolari e colpito anche strati di piccola e media borghesia, stanno modificando l’assetto politico e dei partiti in tutta l’Europa, dalla Brexit all’elezione di Macron, alla tentata secessione catalana, al rafforzamento dei partiti di destra in particolare in Austria e nei paesi dell’Europa orientale, alle grandi difficoltà del vecchio asse cattolici – socialdemocratici in Germania per costituire un governo, per finire all’Italia.

Alle elezioni del 4 marzo non ha votato più di un quarto degli elettori, il 27% (il 37% in Sicilia), totalmente sfiduciato rispetto ai partiti e coalizioni che si presentavano, ai loro dirigenti, ai loro programmi. E’ il record storico per il nostro paese: nel 2013 si era astenuto il 24,8% (il dato è in costante aumento dal 1976, 6,6%, e supera il 15% dal 1996, 17%). Non ha votato il 47% dei giovani sotto i 25 anni: quasi uno su due.

Il voto espresso ha diviso in due il paese, sia per aree geografiche (Nord/Sud, centri urbani/periferie e aree rurali) sia per generazioni: al Nord, soprattutto in Lombardia e Veneto, ha prevalso il centrodestra con una forte avanzata della Lega che diventa il primo partito della coalizione; al Sud, particolarmente nelle province con più alta disoccupazione, dilagano i 5 Stelle, primo partito del paese, mentre il secondo partito, il PD, conserva la maggioranza solo in parte dell’Emilia e della Toscana. Il 53% dei giovani sotto i 34 anni ha votato 5 Stelle o Lega (invece i giovani bene della Bocconi pare preferissero il PD); in Sicilia più del 55% dei giovani è disoccupato, e ovunque nell’isola i 5 Stelle hanno sfiorato il 50% dei voti.

I votanti hanno espresso un ribaltamento delle opinioni politiche tradizionali in favore di chi si presenta come il nuovo (i 5 Stelle) o quasi (la Lega). Buona parte del voto ai 5 Stelle proviene dall’area PD, mentre l’avanzata della Lega ha eroso soprattutto l’area di Forza Italia. La spinta al voto è stata principalmente il bisogno di lavoro stabile, il problema della sicurezza, il peso delle tasse al Nord, la disoccupazione soprattutto giovanile al Sud, dove prevale la speranza che il redditodi cittadinanza non sia solo una risposta assistenzialista ma dia un’attenzione reale al disagio sociale e alla depressione economica.

L’esito di queste elezioni è il sintomo della rabbia popolare rispetto al grande malessere sociale in cui gran parte dei cittadini sono costretti a vivere. La crisi ha colpito in particolare i lavoratori, dipendenti precari e disoccupati e le loro famiglie, e le condizioni di lavoro peggiorano drammaticamente: dall’inizio del 2018 si è avuta una media di 2 morti sul lavoro al giorno, numero mai così alto negli ultimi 70 anni. Ma sono preoccupati per il futuro anche agricoltori, artigiani, operatori della scuola e della sanità, negozianti costretti a chiudere, professionisti precarizzati, piccoli imprenditori strozzati dalle banche ecc.

Il voto a 5 Stelle e Lega non esprime solo protesta, ha dato loro una fiducia spesso incondizionata: secondo un sito di analisi del voto, solo il 3% dei votanti per i 5 Stelle ha espresso preferenze, fidandosi dei candidati proposti dal movimento; caso emblematico quello di Pesaro, dove il candidato dei 5 Stelle ha battuto il ministro dell’interno Minniti, pur essendo tra gli espulsi dal movimento e non avendo neanche fatto campagna elettorale. Ma la sfiducia nei partiti tradizionali è talmente forte, il rifiuto della vecchia politica così totale da voler dare quel segnale. Forte è anche la speranza e volontà di cambiamento, che verrà inevitabilmente delusa.

Di Maio e i suoi hanno fatto campagna “post-ideologica”, dando per seppellite e inutili tutte le concezioni politiche senza farne la minima analisi né un bilancio e modificando le loro posizioni in base alle oscillazioni dell’opinione pubblica e all’opportunità del momento; questa negazione delle ideologie è vera e propria ideologia, tesa al successo elettorale con un atteggiamento centrista (non a caso qualcuno evoca un ritorno della DC).

A questo va aggiunto che i filtri per il reclutamento di iscritti e candidati sono nei 5 Stelle da una parte troppo permeabili (e temiamo non solo per i massoni) e dall’altra guidati dall’alto. La Link Campus University di Roma (nata dall’Università di Malta) da cui Di Maio ha tratto ben tre candidate ministre – degli interni, degli esteri e della difesa – secondo l’inchiesta di Repubblica (26-27 marzo) è uno snodo per incarichi di sottogoverno e contratti con enti pubblici (e coi servizi e i contractors, i moderni mercenari) per attività all’estero. Malta è notoriamente sede di intrighi diplomatici, finanziari e spionistici che è pericoloso indagare.

Comunque né i 5 Stelle né il centrodestra hanno il numero di parlamentari sufficiente per creare un governo. Entrambi i vincitori hanno fatto promesse, sull’abolizione della legge Fornero e del jobs act, sul ripristino dell’art.18, su un reddito base di 1.000 euro, sulla riduzione delle tasse e non possono mantenerle; per di più la Confindustria, accampando una crescita del PIL (per quanto lenta e faticosa, accompagnata da crescente precarietà di lavoro), ha ribadito tempestivamente di essere contraria e di volere invece che siano mantenuti il jobs act e le agevolazioni sull’industria 4.0, che sottrarrà anch’essa posti di lavoro.

Di Maio ha dichiarato che i 5 Stelle “rappresentano l’intera nazione, mentre le altre forze politiche sono solo territoriali”, lasciando sotto silenzio la divisione del paese, e propugna i tagli della spesa pubblica prima di sforare il 3% di deficit e la riduzione delle tasse su lavoro e imprese (aveva già rassicurato Wall Street e la City nei suoi viaggi pre-elettorali). Salvini dapprima ha dichiarato di preparare la flat tax, che per sua natura avvantaggia i redditi più alti; poi il vice Giorgetti l’ha annacquata in una “politica di incentivi fiscali al lavoro e alla produzione”; analogamente, per Salvini il reddito di cittadinanza sarebbe accettabile se fosse “uno strumento per reintrodurre al mondo del lavoro chi oggi ne è uscito”.

Intanto il Documento di Economia e Finanza (DEF) è la prima scadenza che il prossimo parlamento deve comunque affrontare, 12 miliardi da trovare per evitare, o almeno ridurre, l’aumento automatico dell’IVA.

C’è tensione nel PD, sotto la crosta dell’opposizione netta voluta da Renzi. Per Franceschini un governo Lega – 5 Stelle sarebbe antieuropeista e potrebbe non durare, portando a nuove elezioni che sarebbero deleterie per il partito; si potrebbe cercare un accordo su alcuni punti, come la riforma della legge elettorale – cui i 5 Stelle sono da sempre contrari e che critica anche Salvini – e una sola Camera (alla faccia del no al referendum); coi 5 Stelle ci sarebbe spazio anche per es. su reddito di cittadinanza/di inclusione. Zingaretti già tratta con la Raggi sotto la veste istituzionale del rapporto Regione Lazio – Comune di Roma.

Il PD rischia di frantumarsi, di diventare del tutto insignificante nel quadro politico; questo è già stato chiaro nella scelta dei presidenti del parlamento, scaturita da un accordo (non si sa quanto tattico e temporaneo) tra Salvini e Di Maio per condizionare Berlusconi. Tra Salvini e Berlusconi ci sono attriti sul se e quanto trattare coi 5 Stelle,che a loro volta accusano Berlusconi di fare campagna acquisti verso i loro parlamentari. In Forza Italia crescono i malumori su fronti opposti.

Con nuove votazioni a breve Pd e Forza Italia corrono il pericolo di scomparire, tanto più i partiti minori. Intanto sono previste elezioni regionali in Friuli e Molise e locali in molti comuni, entro la fine di aprile: sarà un duello Lega/5 Stelle per valutare chi riesce a crescere di più strappando voti a Forza Italia e PD; solo dopo si comincerà a ragionare seriamente sul governo.

Qualora si facesse un governo ‘di scopo’ si lasciano trapelare i nomi di superstiti padri della patria, Giuliano Amato ora giudice costituzionale, Raffaele Cantone magistrato anticorruzione, Sabino Cassese da sempre critico sulla burocrazia di stato, Carlo Cottarelli esperto nei tagli alla spesa pubblica; se invece il problema sarà trovare un presidente del consiglio amico ma ‘neutrale’, con vicepresidenti Di Maio e Salvini, si sussurra il nome di Urbano Cairo, padrone del Corriere e di La 7, ex socio di Berlusconi con la fedina penale ripulita. Spesso però si fanno nomi per bruciarli; c’è incertezza politica in un momento delicato.

Il paese è in una condizione fragile a livello interno e internazionale: una crisi decennale l’ha impoverito nella struttura industriale (con fughe all’estero e acquisizioni straniere, ultimi casi Embraco e Italo) e nei redditi e consumi popolari; la finanza pubblica dovrà fronteggiare la prossima fine degli acquisti di titoli di stato da parte della BCE; il commercio estero subirà il previsto ritorno di dazi da parte degli USA, con una conseguente temuta guerra commerciale anche contro l’Italia, che riguarderebbe non solo acciaio e alluminio (con aziende problematiche come Ilva e Alcoa) ma tutta l’esportazione, e questo avrà un contraccolpo sull’occupazione interna.

Gli USA, per mantenere la loro egemonia, vogliono colpire la Cina ma anche l’Europa, condizionandola sia in campo economico che politico (come del resto cerca di fare la Russia). Infine pesa la persistente situazione di guerra ed emigrazione nel Mediterraneo e in Medio Oriente: l’Italia è importante in questa zona del mondo, la sua debolezza suscita preoccupazione.

Mentre il Nord del paese è integrato, sia pure spesso in subordine, con il nord Europa, il Sud è esposto a un flusso di immigrazione soprattutto economica che mette a dura prova gli equilibri sociali: Macerata e Firenze sono segnali pericolosi. La Lega tende all’euroscetticismo, è vicina alla Le Pen (e l’alleata Meloni corteggia l’ungherese Orban uscito riconfermato per la terza volta), mentre i 5 Stelle, che cambiano continuamente posizione su tutto, sono passati dall’amicizia con gli isolazionisti britannici di Farage all’accettazione dell’UE e della NATO. Manca una chiara linea di dialogo e confronto entro l’UE.

Macron dopo le elezioni ammette che l’Italia è stata lasciata sola, ma i governi europei esitano perfino a modificare il regolamento di Dublino, che obbliga il paese di arrivo a gestire il flusso di rifugiati (quindi a filtrare i migranti e decidere chi ha diritto d’asilo) anche quando sono accolti su navi di altre nazioni. E di fatto il paese d’arrivo è quasi sempre l’Italia (talvolta la Grecia o la Spagna, quasi mai Malta, per non parlare della Francia stessa).

Per affrontare questi problemi epocali – creare lavoro stabile, che sia in grado di produrre ricchezza garantendo benessere, reddito e sicurezza sociale e ambientale; fronteggiare l’immigrazione per guerre e povertà; svolgere un ruolo di sviluppo pacifico dell’Italia in Europa e dell’Europa nel mondo – occorre un capovolgimento delle politiche UE: sospendere le regole di Maastricht di stretta ai bilanci pubblici e avviare una programmazione pubblica e ingenti investimenti per rafforzare la struttura economica, tecnologica e scientifica dell’Unione, mettendola in grado di reggere la pressione commerciale e finanziaria internazionale e di sostenere lo sviluppo indipendente dei paesi poveri che oggi alimentano i flussi migratori.

Nessun movimento politico europeo è oggi in grado di gestire tale capovolgimento; solo una forte spinta popolare – che dia determinante appoggio e controllo a questa svolta epocale – e una organizzazione politica del tutto opposta agli attuali partiti e governi può migliorare le condizioni dell’Italia e dell’Europa. E’ tempo di bilanci sulle azioni di partiti e governi, è necessario costruire una linea politica alternativa che apra a esigenze e proposte che scaturiscono dai vari strati sociali, crei dibattito per chiarirle e renderle concrete (dando continuità e corpo a quanto espresso nel convegno di Milano del 21 ottobre), attui sforzi per convincere e organizzare lavoratori e cittadini.

Occorre affrontare il nuovo, in campo politico ed economico, organizzando le forze vive e sane del paese e del continente per una società solidale e uno sviluppo tecnologico al servizio della qualità della vita e dell’ambiente, contrastando il capitale finanziario e la sua ideologia neoliberista – continuamente propagandata dai media – con una vera e propria rivoluzione culturale.

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